Masterchef

Quando mi sono iscritta a Masterchef, il primo ostacolo che ho dovuto affrontare, dopo aver compilato un modulo informativo, è stato quello di trovare cinque foto di piatti da allegare alla richiesta di iscrizione. Cucinavo da anni, passavo le sere a leggere e studiare, ad analizzare i piatti dei grandi chef, ad ipotizzare possibili abbinamenti, salse, emulsioni, ed osservavo il mondo della cucina nascosta dietro siti salvati tra i preferiti, manuali di chimica organica, appunti da conferenze su YouTube ed evidenziatori colorati. Dopo averle fissate a lungo, scelsi le cinque foto “meno peggio” che trovai nella cartella e schiacciai “invio”. Avevo sempre visto Masterchef come si guarda un grande film o si leggono le biografie dei fondatori delle prime cinque start up del mondo: qualcosa che poteva esistere solo dall’altra parte di uno schermo, qualcosa che alle persone che cucinavano a casa da sole e che spesso non riuscivano nemmeno a mangiare i propri inadeguati piatti, qualcosa che alle persone come me fosse precluso da sempre, inciso in qualche legge bidimensionale universalmente riconosciuta.

Così, quando mi presentai al live cooking davanti i quattro giudici con il baccalà affumicato su spuma di piselli, fu come se, d’improvviso, nell’aria densa e umida e vaporosa dell’hangar di un pomeriggio di tarda primavera, si fosse aperto uno squarcio, e io mi trovassi dall’altra parte di qualcosa che per tutta la vita mi aveva spaventato, costretto a vivere dentro degli enormi, anestetizzanti guanti di lattice.

I giudici si ricordavano del mio impiattamento a Cremona, mi fecevano commenti positivi e sembravano ascoltare e apprezzare quello che dicevo.
Ho passato tutta la vita in conflitto con il mio carattere, con la parte più debole di me, quella parte che guardava gli altri e aveva paura, quella parte che aveva bisogno di un paio di guanti di lattice per toccare un’anguilla o disossare un coniglio, la cucina in quel momento mi fece capire che non esiste un modo corretto, che i significati di qualcosa, come i sapori di un piatto, non sono scritti in partenza, ma si costruiscono piano piano, dentro di noi. Quello fu il momento in cui capì cosa Masterchef doveva essere per me, e decisi di essere me stessa fino in fondo

Il cibo è vita, e Masterchef è stata una meravigliosa palestra di vita. Ho imparato tanto sul cibo, attraverso i commenti dei giudici, e puntata dopo puntata imparavo un pezzo in più su me stessa.

Fino alla prova a Porto Venere con Enzo Vizzari, definita non a caso esame di maturità. Fu la seconda volta in cui sentii l’aria rarefarsi e aprirsi in uno squarcio, ma questa volta, feci temporaneamente un salto all’indietro. Vizzari proveniva dal mio mondo, il mondo della scrivania, dei libri con i post it colorati tra le pagine, delle ricette simulate la mattina, Vizzari era il mio confronto con tutto quello che c’era prima di Masterchef, e con tutte le ombre che i riflettori avevano abbagliato. E nella mia Masterchef, i commenti del critico che avevo letto, studiato e apprezzato, le sue parole, i suoi gesti, significarono davvero un traguardo per me, una maturità tanto cercata e mai raggiunta, e fu la più grande vittoria che potessi aspettarmi.

Durante la finale, cercai di condensare tutto il mio percorso e tutta me stessa in cinque piatti, sono molto fiera di quei piatti in cui, forse per la prima volta nella mia vita, mi sono sfilata i guanti, senza paura di essere me stessa, e sono arrivata a una sintesi tra la nuova e la vecchia Alida. Perché, se c’è una cosa che mi ha insegnato Masterchef, è che non esistiamo noi e non esistono gli altri, così come non esistono barriere o squarci, che non ci sono lati del carattere da nascondere o di cui vergognarsi, ma che, come un buon piatto, il risultato è dato dall’equilibrio tra le parti.

C’è un’immagine che mi porto dietro del giorno della finale. Carlo Cracco che assaggia il mio risotto, chiude gli occhi e, la forchetta sospesa a mezz’aria, muove la mano sinistra avanti e indietro, lentamente.